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Occhio secco dopo intervento di cataratta. Perchè?

L’insorgenza della cataratta senile rappresenta un fenomeno fisiologico che può comparire in tutti i soggetti a partire dai 50 anni di età. Ciò è dovuto ad un’opacizzazione della lente naturale dell’occhio, chiamato cristallino, le cui fibre, composte prevalentemente da collagene, cominciano a irrigidirsi con l’età, perdendo la loro naturale trasparenza, quindi opacizzano. La cataratta può portare ad un drastico calo della vista e per questo motivo deve essere necessariamente rimossa attraverso un intervento chirurgico che sostituirà il cristallino con una lente di materiale biocompatibile. Sebbene l’intervento di cataratta rappresenti uno step fondamentale per ripristinare una visione chiara e nitida, è allo stesso modo importante che la procedura chirurgica sia minimamente invasiva per evitare conseguenze postoperatorie, fra cui la sindrome dell’occhio secco.

Perchè l’intervento di cataratta può causare occhio secco?

La sindrome dell’occhio secco, o semplicemente occhio secco, è una patologia che può presentarsi a distanza di poco tempo dall’intervento di cataratta. L’insorgenza di questa fastidiosa condizione è dovuto ad un insieme di cause esistenti prima dell’intervento di cataratta o conseguenti all’intervento stesso, che possono portare all’insorgenza di questa fastidiosa condizione.  Tra i fattori che riguardano l’intervento di cataratta ricordiamo la procedura chirurgica utilizzata, la luce intraoperatoria, l’uso di iodopovidone e la terapia postoperatoria.

Procedura chirurgica. Fino a qualche tempo fa l’intervento di cataratta rappresentava una procedura chirurgica in cui veniva eseguita la larga incisione corneale. Le incisioni molto larghe fatte in sede di intervento, infatti, erano spesso causa di una perdita di sensibilità a carico dei nervi della cornea, la quale può impiegare anche mesi per tornare alla normalità. È nata quindi la necessità di introdurre microincisioni che hanno, inoltre, permesso di ridurre drasticamente il rischio di astigmatismo postoperatorio ed ha permesso, al tempo stesso, di ridurre il processo infiammatorio innescato a carico della superficie oculare.  L’intervento di cataratta è ad oggi una procedura mini-invasiva nella quale sono previste incisioni inferiori ai 2 millimetri rispetto a quelli precedentemente usati nella pratica clinica ed uso di macchinari ad alta tecnologia che permettono di ridurre al minimo il rischio di esiti infausti.

Luce intraoperatoria. Durante l’intervento di cataratta, il paziente è invitato a fissare una luce operatoria che permette di mantenere il bulbo oculare fermo. La luce intraoperatoria può indurre possibili danni alle cellule della superficie corneale portando ad una ridotta produzione lacrimale e densità delle stesse. Tuttavia sono in corso ancora studi scientifici a riguardo per accertarne effettivamente l’effetto biologico sulle strutture oculari.

Iodopovidone. Lo Iodopovidone è un composto formato dall’associazione fra Iodio e un polimero vinilico e rappresenta un agente disinfettante, antimicrobico e antisettico utilizzato molto nella pratica chirurgica. L’uso dello Iodopovidone è indispensabile nella pratica chirurgica per ridurre drasticamente il rischio la contaminazione da parte di microrganismi in sede operatoria, dunque non solo nella chirurgia oculare. Tuttavia, questo composto può essere aggressivo sulla superficie oculare e per questo motivo l’uso oculare prevede concentrazioni al 5%. Tuttavia, seppur tollerato, può portare a sensibilizzazione della superficie oculare in relazione del volume instillato.

Terapia postoperatoria. I tempi successivi all’intervento di cataratta prevedono una terapia postoperatoria che deve essere seguita fedelmente dai pazienti al fine di determinare un perfetto recupero della funzionalità visiva. Da molto tempo sono state dimostrate le proprietà tossiche dei conservanti contenuti nei colliri oculari. L’azione dannosa di queste molecole si esplica sulle giunzioni delle cellule epiteliali di cornea e congiuntiva sulle quali scorre il film lacrimale. È, quindi, preferibile l’uso di colliri monouso, privi della presenza di conservanti.

Tutti questi fattori possono contribuire ad una condizione di occhio secco preesistente. L’intervento di cataratta, e la relativa terapia post-operatoria obbligatoria per tutti i pazienti, possono contribuire ad acutizzare maggiormente la sintomatologia fastidiosa di secchezza oculare. E’ quindi importante valutare l’integrità del film lacrimale già pima di sottoporsi ad un intervento di cataratta così da impostare la terapia più appropriata e ridurre al minimo il rischio di secchezza oculare dopo intervento di cataratta.

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FONTI

K.Naderi, J.Gormley – “Cataract surgery and dry eye disease: a review” – Sep 20 – https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC7549290/

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